Cent’anni di solitudine || Gabriel García Márquez

Titolo: Cent’anni di solitudine
Autore
: Gabriel García Márquez
Edizione: 1967
Casa Editrice: La Repubblica (su licenza della Arnoldo Mondadori Editore)
Traduzione: Enrico Cicogna

Come si può descrivere l’immensità? Io un libro così non l’avevo mai letto, giuro. Sono arrivata ai 26 anni con questa sorta di “onta”, sapevo di doverlo leggere eppure ancora non avevo mai affrontato l’impresa. Vuoi che ero un po’ spaventata dalla mole, vuoi dall’importanza che emanava da tutti i pori, sono riuscita a tenermi alla larga da quest’opera per un bel po’ di tempo, al tempo stesso intimamente richiamata e affascinata dal titolo.

Così è successo, un bel giorno di marzo l’ho iniziato e basta. Ci è voluto del tempo a finirlo, ci ho messo circa un mese e mezzo a leggerlo, a volte con sessioni più intensive di 2 ore, altre volte divorandone qualche pagina fugacemente mentre ero in viaggio sui mezzi pubblici.

Parlare di questo libro dal punto di vista tecnico o critico sarebbe pura follia o ingenuità, data la sua importanza non vorrei addentrarmi in analisi che sono state già fatte infinite volte e infinitamente meglio di quello che potrei fare io.

Ciò di cui voglio parlare oggi, invece, è il meraviglioso effetto che questo libro ha avuto su di me. Riassunto molto banalmente, “Cent’anni di solitudine” parla della storia della famiglia Buendía attraverso i fatti che coprono un periodo di 100 anni. Addentrarsi in queste pagine significa lasciare da parte qualsiasi riferimento temporale e forse anche ogni certezza, perché si viene introdotti in un mondo ai limiti del reale, un non-luogo sospeso in un non-tempo. Atmosfere oniriche, magia, superstizione, riti delle culture più semplici e primordiali, sogni, fantasmi, presenze, tutti questi elementi concorrono a creare un impasto unico che avvolge il lettore con la capacità di trascinarlo dentro a un lungo sogno dai contorni verosimili, non a caso si parla di questo libro come fondatore del “realismo magico“.

La trama, come vi dicevo, non parla di altro se non della storia della famiglia Buendía dalla fondazione di Macondo alla distruzione della città per via di calamità naturali che ricordano un po’ le piaghe bibliche. La peculiarità di questo romanzo è la percezione del tempo: sempre ciclico, chiuso su se stesso, che torna a proporre e riproporre gli stessi tratti, caratteri e sopratutto nomi. In questo lento movimento e progressione (in senso circolare), su tutte le vicende aleggia una grave sensazione di pesantezza, immobilità, impotenza quasi, e sopratutto solitudine estrema degli uomini e delle donne che costellano l’universo letterario di questo libro.

Un racconto che sembra sempre uguale a se stesso eppure profondamente dinamico, García Márquez non lascia mai spazi vuoti o punti statici e inonda pagine e pagine di descrizioni e dettagli minuziosi, apparentemente superficiali, al punto da suscitare nel lettore emozioni di straniamento e talvolta di perplessità difronte all’impossibilità di cogliere il senso complessivo del disegno dell’autore. Qual è il senso di tutto ciò, di questa scrittura febbrile e così abbondante, attenta al minimo particolare? Quello che resta da fare è mettere da parte tutte le domande che ci si pone (legittimamente) davanti a un classico romanzo e affidarsi all’autore senza timori: il punto d’arrivo sarà valso tutta la fatica di questo lento viaggio.

Mentre ci si perde nell’inesauribile intreccio di parentele fino a confondere nomi e personaggi, si riconoscono in realtà caratteri e caratteristiche sempre uguali e ricorrenti, e sopratutto si comprende il vero filo conduttore della vicenda: la solitudine inesorabile, invincibile, imprescindibile che accompagna tutti i membri della famiglia verso il loro ineluttabile destino di sventura e sofferenze, di abbandono totale a se stessi, poiché, pur intrecciando legami si è sempre fondamentalmente soli.

In conclusione, Cent’anni di solitudine non è di certo un libro facile o leggero, è un’opera capitale che come tale richiede grande impegno nella lettura e al tempo stesso dà molto al lettore attento. L’ho trovato di una profonda purezza e poesia, forte, intenso, lirico, onirico e vero, arriva allo stomaco come un pugno, ma forse più che un pugno è una stretta difficile da sciogliere. E infatti a fine lettura si ha la sensazione di risvegliarsi lentamente da un sogno ed essere eternamente legati alla famiglia Buendía e alla città di Macondo.

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